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Sala conferenze - Hotel Ala d'Oro

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venerdì 17 maggio 2013

"Sull'orizzontalità verticale" di GIUSEPPE FURNO


Lo scrittore Giuseppe Furno è stato ospite di Caffè Letterario lunedì 15 aprile, quando ha presentato il suo romanzo storico "Vetro", edito da Longanesi.

I treni preferiscono le pianure. Il treno regionale è rimasto indeciso fra colli e pianura sino a Castèl Bolognese. Poi ha scelto di seguire la direzione dei fiumi e dei canali, nell'orizzontalità morbida e rassicurante che s'estende verso oriente, Comacchio e il mare. "Una buona giornata a Lei", m'ha detto il controllore con musicalità calda e romagnola. Gli ho mostrato il biglietto. Ha sorriso, m'ha detto grazie. "Prego", e l'avrei abbracciato per tanta cortesia spontanea. Il treno ha continuato la corsa orientale, fra terre fertili, cascine, borghi, allevamenti piccoli e piccole industrie. Massimo m'aspettava in stazione, a Lugo. M'ha riconosciuto. Ci siamo stretti la mano. Anche la sua cordialità è stata benefica. Ha una libreria. La manda avanti con dedizione, come un pievano con la sua pieve. L'assonanza mi fa scivolare orizzontalmente su Piovene e il suo Viaggio in Italia. "Gli abitanti, - scrive - a Forlì come a Ravenna, si compiacciono di romanzarsi, e di presentare se stessi, per amore del romanzesco, in tradizioni e sentimenti tipici della loro terra..." Scrive ancora: "Basta perciò girare qua e là, a caso, per fare una raccolta di usanze strane e di esseri singolari."
Non potrebbe essere diversamente. Perché qui in Romagna, non ci sono mezze misure, non si cerca l'equilibrio. Qui la vita deve graffiare, lasciare un segno, essere un romanzo. Di esempi ce ne sono: romanzo, anzi mito, è stata la vita breve di Francesco Baracca, asso dell'aria nel quindicidiciotto, nato a Lugo e abbattuto sul Montello. Il suo monumento è in Piazza Baracca, per l'appunto: un'ala gigantesca, di marmo bianco, rastremata verso il cielo, e sotto, proprio accanto, su un piedistallo, la statua in bronzo del pilota, ben più piccola dell'ala. Colpisce l'umanità semplice di quella statua, senza traccia della muscolosità tipica del ventennio. Francesco, con indosso una tuta da volo troppo larga, il mezzo casco che non lo può salvare, se ne sta sugli attenti e sembra ascoltare la lavata di capo d'un superiore. O forse sta semplicemente ascoltando Iddio. Massimo mi spiega che il monumento, secondo le indicazioni dello scultore Domenico Rambelli, altro figlio di questa terra, sarebbe dovuto sorgere nella campagna di Lugo, ma la famiglia Baracca lo ha voluto lì, in pieno centro cittadino, a due passi dalla casa natale. Scelta affettivamente comprensibile, artisticamente discutibile. Perché è nell'orizzontalità uniforme della pianura, che l'ala bianca avrebbe bucato il cielo e invece lì, fra la verticalità di case, chiese, torri e campanili, l'effetto si spegne, si mortifica.
Ed è proprio il rapporto fra verticalità e orizzontalità che m'interessa, perché in questo c'è la chiave per capire quel che scrive Piovene: immagino Baracca, in una limpida giornata d'inverno, imbacuccato nella sua tuta umile e larga, ai comandi del biplano. Lo immagino volare rasoterra, come una rondine, sulla sua terra tutta orizzontale, facendo il pelo agli alberi, ai frutteti, alle vigne di Trebbiano, ai campi di grano, spaventando polli e vacche al pascolo, scatenando una miriade di saluti e grida di stupore. All'improvviso, mano sulla cloche, via in verticale, sino a quando il motore spinge, l'elica riesce ad avvitarsi nel cielo freddo contro ogni peso e gravità. E giù di fianco, a picchiare, ad abbassarsi fino a falciare l'erba e sentire il profumo vivido dei campi. Qua si vive per bucare la nebbia, per dare verticalità e brivido alla blanda e rassicurante pianura.
Patrizia, Claudio, Massimo, Marcello, Ivano, Mimmo, le amiche e gli amici tutti del Caffè letterario di Lugo li ho incontrati la sera. Abbiamo parlato di libri. Di romanzi. Serata speciale. Nella sala grande dell'Ala d'Oro, albergo settecentesco innaffiato d'amore e letteratura, con una grossa moto piazzata nella hall, dove proprio non te l'aspetti. Due ore tutti assieme. Altre due in cinque o sei, a tirar tardi, dove ai romanzi, si sono unite la pittura, la cucina, la fotografia, Venezia e l'Islam. Ed è nelle straordinarie foto aeree di Lugo appese ai muri, che m'è tornata in mente la questione della verticalità, dei treni, di Piovene, di Baracca e tutto il resto. Bisogna vederle per capire, quelle foto. Par di guardare il mondo al microscopio, d'afferrare in un sol colpo l'uno e poi il molteplice. Le avrebbe potute scattare Baracca dal suo biplano quelle foto, dando verticalità alla sua pianura. La mano dell'artista le ha rielaborate. In quelle immagini c'è tutta la questione, il senso perfetto del volo, della vita, di Lugo, dove s'arriva in treno, percorrendo la rassicurante orizzontalità della pianura, ma poi si capisce che si vive in un brivido verticale, fatto di sogni, speranze, fuochi d'amore, libri, canzoni, pittura, poesia. Tutta pura orizzontalità verticale.
Grazie a voi, amiche e amici del Caffè letterario. Con affetto, Giuseppe.

"Tradizione e Traduzione" di IVANO NANNI


Sull'incontro di mercoledì 15 maggio con lo scrittore americano Jonathon Keats  che ha presentato il suo libro di racconti “Il libro dell’ignoto” edito da La Giuntina e con Silvia Pareschi compagna dell’autore e traduttrice di tanti importanti scrittori americani contemporanei.

Forse è in quella frase del Talmud che sta prima della prefazione la chiave per percepire la grandezza del libro di racconti di Jonathon Keats, autore americano ebreo, che ripercorre la strada della tradizione con racconti che vengono direttamente dai villaggi ebraici dell'est europeo tutti inevitabilmente cancellati dalla shoà. In quel piccolo mondo chiuso  hanno convissuto un'umanità dove tutti avevano  una collocazione e nessuno veniva disprezzato per quello che faceva o non faceva. “Non disprezzare nessuno e non ritenere nulla impossibile, poiché ogni uomo ha la sua ora e ogni cosa il suo posto“.  Il mercante, il dotto, e il mendicante facevano tutti parte di un unico disegno e l'attenzione e il rispetto che si portava per i più sfortunati era una verità che veniva da una saggezza millenaria.  L'ingenuità dei più umili è un premio per il mondo intero.  Nel film “Un train de vie” di Radu Mihaileanu, è Shlomo il pazzo del villaggio che narra la storia surreale del treno d, è sua l'idea di salvezza attraverso la mimetizzazione del treno allestito dagli abitanti del suo villaggio per fuggire alla furia nazista e che solo alla fine si rivela come il sogno infranto di tutta la comunità.
Al  mondo ci sono 36 Giusti sconosciuti a se stessi e agli altri ed è  grazie a loro che Dio mantiene nella sua mente la visione del mondo. Nella prefazione al suo libro di racconti “Il Libro dell'ignoto”  l'autore  racconta come un cabalista troppo precoce e curioso rischiò di sconquassare il mondo cercando di scoprire i nomi dei Giusti.  Il mondo si trovò sull'orlo del precipizio e Yaakov il cabalista morì per avere osato troppo. Da questa leggenda l'autore trae spunto per raccontare le dodici storie esemplari contenute in questo libro. Sono le storie di uomini e donne umili, di  persone ordinarie e insignificanti spesso derise per la loro idiozia, o infamate per il loro lavoro ma che per ragioni che solo l' Onnipotente custodisce sono gli architravi che sorreggono il mondo. Sono storie e leggende che appartengono al mondo intero, escono infatti dal piccolo cortile dello shtetl nel quale sono nate e prendono il largo, navigano leggere con poco vento sostenute da una saggezza illimitata. Una singolare messa in campo della tradizione ebraica e della traduzione che ne segue.
Sulle mille trappole della traduzione e degli infiniti dubbi che prendono il traduttore davanti a improvvisi crocevia semantici ha ragionato Silvia Pareschi traduttrice di molti autori americani contemporanei compreso Jonathon keats, suo marito. 
Gli scrittori imprimono coscienza ai materiali che convulsamente pulsano attorno a loro, ne diventano gli organizzatori amorevoli e disciplinati, ne rimangano suggestionati, trasmettono a tutti la loro passione di amanti di storie che riscrivono nella consapevolezza che non c'è altro da  raccontare che la stessa storia, sempre la stessa, con infinite varianti  ancora da narrare ma di cui qualcuno ha già sentito parlare, destino anche di questo libro che il traduttore  si incarica di convertire in un altra lingua, come  un “altro” scrittore che compone un'opera a seguito dell'originale e ne organizza i materiali  cercando di non far sentire troppo o troppo poco la sua voce.
Come nei mondi paralleli borgesiani ogni libro, come ogni altra creatura, ha il suo omologo, una replica, o se si vuole una traduzione da parte di un altro scrittore che trasforma in un altra lingua suggestioni che non ha pensato originariamente ma di cui si fa carico. Perciò ogni buon traduttore si cala nel mondo di un altro scrittore per un tempo che potrebbe dilatarsi iperbolicamente all'infinito, e vi rimane immerso come testimone di quel mondo, particella del paesaggio che va descrivendo scegliendo la direzione da dare alle parole senza tradire troppo l'intento dell'autore.
Per queste ragioni  la traduzione non sembrerebbe una semplice riflessione sulle parole da usare, un esercizio speculare di conversione delle parole originali in un altra lingua ma un'opera complessa di rifrazione del testo, come se i segmenti dei due scritti non combaciassero perfettamente e il tradotto fosse leggermente spostato di lato e giacesse accanto all'originale sostenendolo provvisoriamente. La sensazione perciò di avere presenti nel contempo due mondi che dicono più o meno la stessa cosa è sorprendente specie se la traduzione restituisce l'aura del testo tradendo almeno un po' le parole. Ne consegue che condizione preliminare è la percezione del clima del racconto, poi si traducono le parole facendole entrare in quel particolare humus espressivo contribuendo indubbiamente alla creazione di una “seconda opera“.
di Ivano Nanni





La serata con JONATHON KEATS e SILVIA PARESCHI


Una serata davvero bella e interessante quella di mercoledì 15 maggio con lo scrittore americano Jonathon Keats e con Silvia Pareschi, compagna dell’autore e traduttrice di molti dei più importanti scrittori americani contemporanei. La serata, condotta da Licia Corbolante, oltre alla presentazione del bel libro di Keats “Il libro dell’ignoto” edito da La Giuntina, si è focalizzata sul tema della traduzione di un testo letterario da una lingua a un’altra e sui tanti problemi che un traduttore affronta in questo delicatissimo compito di riscrittura di un’opera letteraria. Ecco le immagini della serata.





giovedì 16 maggio 2013

Giovedì 16 marzo - EMILIO DALMONTE a Caffè Letterario


Giovedì 16 marzo, alle ore 21,00, nel Salone Estense della Rocca di Lugo, nuovo appuntamento di Caffè Letterario dedicato alla letteratura di viaggio con Emilio Dalmonte e il suo libro “Costa quel che costa” edito da Danilo Montanari Editore lo scorso anno. La serata sarà introdotta da Gian Ruggero Manzoni.
Attraversare gli Stati Uniti e scoprire la frontiera americana rappresenta nell'immaginario collettivo un misto tra sogno e realtà che ha colpito tante generazioni. Dall'impresa di inizio '800 dei due esploratori Lewis e Clark, il viaggio nella sconfinata realtà americana costituisce da sempre una esperienza di vita e una figura dell'anima.
Il viaggio però può anche diventar pretesto per una scoperta più profonda, la descrizione di persone e paesaggi, lo spunto per una analisi sociologica e politica della realtà americana. Soprattutto quando si sceglie la bicicletta per compierlo: oltre 55 giorni per percorrere 5mila chilometri, pedalando per 8 Stati, dalla California alla Florida, dal Pacifico all'Atlantico.
Protagonista è Emilio Dalmonte, vicedirettore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea. Il suo diario on the road nato come blog per il sito del quotidiano La Stampa, è diventato libro: per dare compiutezza all'esperienza e per una nobile causa. Emilio ha pensato che quella sua bella fatica potesse servire a qualcuno, e l’ha dedicata all’Ospedale S. Maria Nascente in Mbweni, Tanzania, gestito dall’ Associazione Ruvuma Onlus (www.ruvuma.it).

giovedì 9 maggio 2013

Mercoledì 15 maggio JONATHON KEATS a Caffè Letterario


Mercoledì 15 maggio, alle ore 21.00, nella Sala Conferenze dell’Hotel Ala d’Oro, appuntamento internazionale per Caffè Letterario con lo scrittore americano Jonathon Keats e il suo libro di racconti “Il libro dell’ignoto” edito da La Giuntina nel 2010. Sarà un occasione anche per parlare di “traduzione”  con Silvia Pareschi, compagna dell’autore e traduttrice di tanti importanti scrittori americani contemporanei e con Licia Corbolante, lughese, che per quasi vent’anni è stata responsabile degli aspetti linguistici della localizzazione dei prodotti Microsoft in italiano e a cui è affidata la conduzione della serata.
“Il libro dell’ignoto” raccoglie dodici racconti che si svolgono in una realtà dove vivono anonimamente i trentasei  Giusti, che secondo la tradizione ebraica ogni giorno salvano il mondo, non sapendo di essere dei Giusti. In questo spazio profondamente idoneo a una narrazione di tipo fantastico, che a tratti sfiora atmosfere della Peste di Camus, si svolgono i dodici racconti sui trentasei Giusti, strumenti di una misericordia che dispone di loro come di pedine di una scacchiera. Non solo Giusti santi: c’è un Giusto idiota del villaggio, un Giusto che è una donna Messia, uno ladro innocente, uno fannullone, uno che è una prostituta. Keats fa precedere i racconti da una divertentissima introduzione che oltre a essere in sé un racconto, magari potrebbe essere il romanzo di un anacronistico cabalista contemporaneo.
Il libro di Jonathon Keats fornirà poi l’opportunità di parlare di traduzione con Silvia Pareschi, traduttrice di importanti autori contemporanei americani. Secondo Walter Benjamin il compito del traduttore “consiste nel trovare quell’atteggiamento verso la lingua in cui si traduce, che possa ridestare, in essa, l’eco dell’originale”. La traduzione “tende in definitiva all’espressione del rapporto più intimo delle lingue fra loro”. Un esercizio arduo, quello del traduttore, che deve muoversi restando fedele allo spirito dell’originale e, allo stesso tempo, restituire l’intima verità di ogni lingua. Di questa difficoltà ci parlerà Silvia Pareschi, prendendo spunto dalle sue traduzioni di questi quattro romanzi: “Le correzioni” e “Libertà” di Jonathan Franzen e “La breve favolosa vita di Oscar Wao” e “E’ così che la perdi” ,uscito in libreria proprio in questi giorni, di Junot Diaz.
Jonathon Keats è nato a New York City nel 1971. Romanziere, opinionista di “Wired”, esperto di tecnologie e nuovi linguaggi nonché artista concettuale, è autore di provocazioni brillanti, dalla banca dell’antimateria al big bang come orgasmo divino.
Silvia Pareschi lavora come traduttrice letteraria da più di dieci anni. Fra gli autori da lei tradotti figurano, oltre a Jonathan Franzen di cui è la traduttrice di riferimento, Cormac McCarthy, Don DeLillo, Junot Díaz, E. L. Doctorow, Denis Johnson, Amy Hempel, Nathan Englander, Annie Proulx, David Means e T. C. Boyle.
Attualmente vive a metà fra l’Italia e San Francisco, dove nel 2011 ha sposato l'artista e scrittore Jonathon Keats. Quando è negli Stati Uniti continua a tradurre, e in più insegna l’italiano agli americani.

"Arcipelago sentimentale" di IVANO NANNI


Sull'incontro di mercoledì 8 maggio con la scrittrice Francesca Melandri che ha presentato il suo ultimo romanzo “Più alto del mare” edito da Rizzoli.

Paolo è un professore di filosofia in pensione che ha un figlio in carcere per terrorismo e che vede pochissimo e Luisa è la moglie contadina ingenua e impaurita di un marito violento rinchiuso per omicidio. Siamo su un'isola dove la bellezza selvaggia del luogo si innesta nella penombra crudele del carcere. Gli anni sono quelli bui del terrorismo. Anni difficili gli ultimi dei settanta complicati da urgenze sociali che sono l'eredità di altre motivate turbolenze. Va detto: sono anni nei quali la pietà fu bandita dalla politica nella quale fremevano sentimenti rivoluzionari che ad alcuni sembravano possibili, e che tuttavia furono inquinati da parole d'ordine estreme e alla fine settarie e individualistiche, parole e fatti che tanto hanno compromesso ciò che di buono c'era nel radicalismo di sinistra. Tuttavia è impossibile non provare un sentimento di orrore per quello che si è prodotto in quegl'anni.
I protagonisti di questo romanzo hanno vite complicate da vicende  indotte dai loro congiunti.
La società prova commozione e pena per le vittime e per i parenti delle vittime ma non per i carnefici e nemmeno per i congiunti dei carnefici. Esclusi dal sentimento più umano, quello della compassione, essi si trovano a combattere una battaglia solitaria contro un giudizio della società che non lascia scampo.
I personaggi cercano una via d'uscita per se stessi e forse ambiscono al  perdono di una società che li vuole silenti pur non avendo commesso nulla, ma per il fatto stesso di non aver capito o di aver troppo tollerato i loro congiunti, gli adorati mostri, quelli che vivono nella nebbia dell'oblio condannati dal mondo al silenzio perenne, essi si trovano nella triste condizione di vivere l'indicibilità della loro sofferenza.
Tuttavia per Paolo e Luisa, complice una notte di burrasca passata sull'isola, appare concreta la possibilità di emendare il senso di colpa col quale flagellano la loro vita.
Un terzo personaggio, Nitti Francesco la guardia carceraria, vive un'esclusione civile simile a quella di Paolo e Luisa. Anche lui vive con pena l'impossibilità di confidarsi appieno con la moglie circa il suo lavoro e prova tormento per il suo essere carcerato con i carcerati.
Paolo e Luisa intravedono perciò la possibilità di frantumare la loro angoscia attraverso la condivisione di un passaggio doloroso che non è esclusivo ma che appartiene anche ad altre persone che vivono un dolore simile.
Il carcere è un'isola nell'isola ed è l'altro protagonista del romanzo in quanto chiave di volta del cambiamento dei personaggi.
Che differenza tra la bellezza selvaggia dell'isola con gli umori grevi e le folli ossessioni del carcere. Eppure in quel luogo di pena c'è ancora spazio per una rivelazione. Quella che appare ai protagonisti come una didascalia alla propria esistenza, è un risvolto amaro e nello stesso tempo ordinario, fatto di piccole cose di tutti i giorni che prendono il sopravvento sulle domande esistenziali e diventano racconto che redime, e sono proprio queste cose l'insieme della vita vera.
di Ivano Nanni


La serata con FRANCESCA MELANDRI


Queste le immagini dell'incontro di ieri, mercoledì 8 maggio, con la scrittrice romana Francesca Melandri che ha presentato il suo ultimo romanzo "Più alto del mare" edito da Rizzoli nel 2012.
Francesca Melandri Ha iniziato giovanissima una lunga carriera di sceneggiatrice, firmando le sceneggiature, tra l'altro, di “Zoo” di Cristina Comencini (1988), “Chiara e gli altri” (1989/90), “Fantaghirò” di Lamberto Bava (1991), “Cristallo di Rocca” di Maurizio Zaccaro (1998), “Nati ieri” di Genovese e Miniero (2006), molti episodi della serie “Don Matteo” (2001/2009).
Ha esordito nella narrativa nel 2010 con “Eva dorme” edito da Arnoldo Mondadori Editore, un romanzo che ripercorre gli anni del terrorismo sudtirolese. Con il romanzo “Più alto del mare” ha vinto il Premio letterario nazionale «Rapallo Carige» 2012,  il Premio letterario Isola d'Elba-Raffaello Brignetti, il Premio Stresa di Narrativa 2012 e il Premio Campiello - Selezione Giuria dei Letterati 2012
Ha diretto i documentari “Nel paese delle case di Lana” (1993) e “Vera” (2010).